La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dal procuratore generale di Caltanissetta, Fabio D’Anna, contro la sentenza di assoluzione del giornalista Michele Spena, imputato per diffamazione nei confronti del collega Attilio Bolzoni, assistito dall'avvocato Raffaele Palermo. Con sentenza depositata il 6 febbraio 2026, la Quinta sezione della Suprema Corte ha annullato la decisione impugnata con rinvio per un nuovo giudizio ad altra sezione della Corte d’Appello di Caltanissetta, disponendo che le spese siano regolate in via definitiva all’esito del nuovo processo. La Cassazione ha dunque ritenuto fondati i rilievi formulati dal procuratore generale, secondo cui la sentenza di assoluzione sarebbe stata il risultato di una non corretta applicazione dell’articolo 595 del codice penale e di una valutazione illogica e contraddittoria delle risultanze processuali. Il procedimento trae origine dalle dichiarazioni rese da Spena nel corso della trasmissione radiofonica “Tony Accesi”, ritenute lesive della dignitĂ e della professionalitĂ di Bolzoni. In primo grado, Spena era stato condannato a una multa di 900 euro e al risarcimento di 3.000 euro in favore della parte civile. In appello, tuttavia, la sentenza era stata ribaltata con l’assoluzione “perchĂ© il fatto non sussiste” e la revoca delle statuizioni civili. Secondo il procuratore generale, alcune delle frasi contestate erano state pronunciate nei momenti antecedenti e successivi al collegamento radiofonico con Bolzoni, quando quest’ultimo non era piĂą in grado di intervenire o difendersi, circostanza che escluderebbe la configurabilitĂ di un legittimo diritto di replica. La Suprema Corte ha quindi ritenuto necessario un nuovo esame del caso alla luce dei principi consolidati in materia di diffamazione, giĂ ribaditi dalla Cassazione nel 2024. Il nuovo giudizio di appello dovrĂ ora rivalutare la vicenda attenendosi alle indicazioni fornite dalla Corte di Cassazione. Dopo la sentenza di assoluzione della Corte d'Appello lo stesso Bolzoni aveva presentato un esposto al Consiglio Superiore della Magistratura. In seguito alla pubblicazione delle motivazioni, infatti, il giornalista aveva appreso che il procedimento era stato presieduto dalla dottoressa Roberta Serio, magistrato figlia del dottore Guglielmo Serio. Quest’ultimo, in passato, aveva avviato un’azione civile contro Bolzoni e il gruppo editoriale L’Espresso per un articolo pubblicato nel 2012, chiedendo un risarcimento danni di 200.000 euro. Fu instaurato un giudizio civile che si era concluso nel 2016 con il rigetto della domanda e la condanna di Serio al pagamento delle spese legali. Nel documento, Bolzoni evidenziava come nel 2020 gli eredi del dottor Serio avessero effettuato un versamento di 13.000 euro al gruppo editoriale, “a saldo compensi e spese di giudizio”. Pur dichiarando di non mettere in dubbio l’imparzialitĂ della magistrata, Bolzoni aveva ritenuto opportuno segnalare la circostanza, ritenendo che la pregressa controversia potesse rappresentare una condizione potenzialmente idonea a suggerire l’astensione nel giudizio di appello. L’esposto, corredato da copie delle sentenze e della documentazione contabile, era stato inviato oltre che al Csm anche al ministro della giustizia, al procuratore generale della Cassazione, alla presidente Corte d'appello di Caltanissetta e al procuratore generale di Caltanissetta “per ogni valutazione e provvedimento ritenuto opportuno”.








