Un tempo la fine della vita avveniva in casa, tra il cortile in cui si osservava il ciclo degli animali e la stanza dove l’anziano si spegneva circondato dai familiari. Oggi è un’assenza rimossa, un tabù occultato dal culto della performance e dell’eterna giovinezza, che però riemerge sugli schermi in forme spettacolari e lontane. Per molti piccoli, il decesso di un nonno coincide con il primo, traumatico confronto con l’ignoto. «Al giorno d’oggi si cerca in tutti i modi di evitare questo tema», osserva su Leggo.it Roberta Bommassar, psicologa e psicoterapeuta, già referente del Gruppo di Lavoro Perinatalità, Infanzia e Adolescenza del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi. «È il paradosso di un’epoca in cui occultiamo l’esperienza reale per poi vederla spettacolarizzata nei film o nei telegiornali. Una visione scissa che non aiuta l’elaborazione». La scomparsa di un nonno consente tuttavia di attingere a una narrazione rassicurante, fondata sul ciclo naturale delle cose, che manca nei lutti precoci. È una conclusione della vita collocata in un ordine cronologico, ben diversa dallo strappo inaccettabile di una morte in giovane età, che disarticola ogni logica e lascia gli adulti senza parole. Con gli anziani, la biografia stessa offre un linguaggio appropriato. «Possiamo usare metafore e analogie – suggerisce l’esperta – proprio come le piante che, se non hanno più acqua o sono molto vecchie, appassiscono. È un modo per dire che il nostro corpo a un certo punto smette di funzionare». Decisivo è anche il lessico. Le perifrasi consolatorie, per quanto diffuse, rischiano di creare fraintendimenti. Dire che il nonno «è volato in cielo» o che «si è addormentato per sempre» può diventare un boomerang emotivo, avverte Bommassar. «Quello del “si è addormentato” non è una buona immagine: il bambino potrebbe associare il dormire al morire e sviluppare il terrore di andare a letto. Anche il “volato in cielo” è ambiguo: cosa è volato? Il corpo? Lo spirito? Se un bambino è molto piccolo, non ha ancora il concetto di morte permanente e rischia di confondersi». Meglio affidarsi alla chiarezza dei fatti: «Si ferma il cuore, si fermano i pensieri. Il corpo smette di funzionare». Anche l’idea di proteggere i figli evitando qualsiasi occasione di dolore merita una riflessione. C’è chi rinuncia a un animale domestico per non dover affrontare, un giorno, la perdita. «Questo non aiuta a crescere», sottolinea la psicoterapeuta. «L’esperienza di un animale domestico che muore è un passaggio fondamentale tra la pianta e la perdita di una persona cara. Non dobbiamo temere il dolore dei bambini, perché la morte arriverà comunque e negarla significa lasciarli soli quando accadrà». In questa prospettiva, i riti hanno una funzione terapeutica spesso sottovalutata: «Il funerale è l’esperienza che le persone reggono meglio perché senti che non sei solo, condividi la sofferenza con gli altri. È un atto di consolazione collettiva che fa bene anche ai più piccoli, dai 7-8 anni in su. Se sono più piccoli possiamo risparmiargli la vista della salma, ma il rito funebre resta un momento di condivisione importante». Quando il nonno è in fin di vita, la tentazione è mascherare la verità per “proteggere” l’innocenza dei più piccoli. Bommassar invita invece a «regalare» tempo alla consapevolezza: «Se sappiamo che è questione di mesi, dobbiamo prepararlo. Questo gli permette di fare un saluto particolare, di dire ai nonni cose belle che diventeranno un pensiero consolante dopo. Sapere di aver detto “ti voglio bene” nel momento giusto è un farmaco potente contro il senso di colpa e il vuoto». L’onestà riguarda anche la fragilità degli adulti: non è necessario reprimere le lacrime per apparire forti. «Piangere davanti a loro è un’autorizzazione a esprimere i sentimenti. Possiamo dire: piango perché è la misura del legame che avevo con il mio papà. Una compostezza fuori dal normale non aiuta». E se arriva la domanda più diretta – «anche tu morirai?» – la risposta dovrebbe coniugare verità e speranza: «Bisogna dire di sì, ma con un sorriso: “Io non ho nessuna intenzione di andarmene, sono qua e rimarrò a romperti le scatole il più a lungo possibile”».








