“La tragica aggressione avvenuta a Catania, nel quartiere Picanello, non rappresenta solo un grave fatto di cronaca, ma richiama con forza una riflessione profonda sul funzionamento del nostro sistema di prevenzione e contrasto alla violenza. Il dato più allarmante è che l’autore del gesto era stato da poco scarcerato. Questo elemento evidenzia con chiarezza un limite strutturale: la sola pena detentiva, se non accompagnata da percorsi di riabilitazione, non è sufficiente a prevenire la reiterazione della violenza”. Ad affermarlo le professioniste della cooperativa Etnos che da anni si prendono cura di donne vittime di violenza e uomini maltrattanti. Come emerge anche dalle riflessioni della psicoterapeuta Maria Giusi Cannio “il carcere rischia di diventare un contenitore vuoto se non interviene sui processi psicologici profondi. In assenza di un lavoro sulla consapevolezza emotiva e relazionale, la violenza non viene elaborata ma semplicemente sospesa, pronta a riemergere. La rabbia, il senso di possesso e la fragilità identitaria restano intatti, alimentando un rischio concreto di recidiva”. Le esperienze maturate nei Centri per Uomini Autori di Violenza confermano, inoltre, che il cambiamento è possibile, ma richiede tempo, continuità e un lavoro strutturato. Come evidenzia la psicoterapeuta Marika Musco “uscire dal ciclo della violenza non è un processo immediato né prevedibile nei tempi. Nella maggior parte dei casi si riscontra inizialmente una negazione o minimizzazione dei comportamenti violenti, accompagnata da una difficoltà a riconoscere la sofferenza dell’altro e a mettersi nei suoi panni. Il primo passo è proprio lo sviluppo della consapevolezza dei propri agiti. A questo si affianca un lavoro più profondo sulle storie personali e familiari, per comprendere i modelli relazionali appresi e spesso replicati inconsapevolmente. Intervenire su questi aspetti significa restituire nuovi significati alle esperienze vissute e costruire, insieme, percorsi alternativi”. Allo stesso tempo, come sottolineato anche dall’assistente sociale Marika Volpe, è fondamentale agire a monte. “Non basta intervenire dopo il reato – afferma – ma occorre interrogarsi sulle cause dell’aumento della violenza e investire in prevenzione, educazione e cultura del rispetto, a partire dai bambini e dalle famiglie. La violenza non è solo un fatto individuale, ma un fenomeno culturale che va affrontato in modo sistemico. È necessario inoltre superare l’idea che l’uomo violento non possa cambiare e che l’unica risposta sia quella punitiva. Senza un approccio che miri al cambiamento, si rischia di non offrire alcuna reale alternativa e di lasciare intatti i meccanismi che generano violenza.
Per questo motivo, ribadiamo con forza la necessità di:
• integrare stabilmente nei percorsi detentivi programmi obbligatori di riabilitazione per uomini autori di violenza
• rafforzare il ruolo dei CUAV come strumenti fondamentali di prevenzione e trattamento
• prevedere un monitoraggio post-detentivo che sia anche clinico, non solo amministrativo
• investire in interventi educativi precoci sulla cultura del rispetto e della non violenza
È questa la direzione in cui si muove quotidianamente il lavoro dei nostri Centri per Uomini Autori di Violenza attivi a Caltanissetta, Enna e Ragusa, realizzati grazie al contributo della Regione Siciliana. Un impegno costante che mira non solo a contenere il rischio, ma a trasformare le dinamiche profonde che generano violenza. La sicurezza delle donne e della comunità passa necessariamente da un cambio di prospettiva: non basta punire, occorre comprendere, rielaborare e prevenire.
Violenza di Catania, la cooperativa Etnos: “Il carcere da solo non basta. Serve un cambio di paradigma”

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