Repubblica federale di Germania condannata a risarcire gli eredi nisseni di un deportato. Un carabiniere catturato e tenuto rinchiuso per una ventina di mesi nei campi di concentramento. Ma, come migliaia di altri militari, è stato a quel tempo schedato come «internato militare italiano» – sotto l'acronimo “imi” – piuttosto che come prigioniero di guerra, come lo stesso Hitler ha disposto nel settembre 1943. Così da privarlo dell'assistenza della Croce rossa e dei diritti garantiti dalle convenzioni internazionali dell'epoca, in particolare la convenzione di Ginevra del 1929. Ora il tribunale civile di Roma, accogliendo il ricorso degli eredi del maresciallo capo Mariano Brucato (assistiti dall'avvocato Andrea Di Carlo), originario di Petralia Soprana, ha condannato lo Stato tedesco al risarcimento dei danni, riconoscendo in favore dei discendenti del militare una rifusione di 79.192 mila euro – poco più di 130 euro per ogni giorno di segregazione – oltre interessi legali maturati dalla pubblicazione della sentenza, fino al saldo. A pagare l'indennizzo, sulla base di una legge italiana del 2022, sarà il ministero dell'Economia, che subentra alla Germania, attingendo al fondo per il ristoro delle vittime dei crimini nazisti. A questo, tra le pieghe del pronunciamento del tribunale civile, si sono aggiunte altre spese accessorie in solido con la Presidenza del consiglio dei ministri e ministero dell'Economia. Questo il verdetto emesso dal giudice civile della Capitale, Alessandra Imposimato, che ha pure dichiarato imprescrittibile il diritto al risarcimento, perché legato a crimini contro l'umanità. Il maresciallo dei carabinieri è stato catturato in Albania l'8 settembre del 1943 dalle milizie tedesche. È stato poi deportato e internato nei lager di Sandbostel e di Cuxhaven dall'8 settembre del '43 fino al 5 agosto del 1945, quando è stato liberato dall'esercito inglese. E il 29 agosto successivo è tornato a casa. Ma segnato da quell'esperienza infernale. In quei 608 giorni di prigionia è stato costretto a lavori forzati, come manovale nei cantieri navali di Cuxhaven, maltrattato, vessato e patendo pure la fame e la sete. Ora, a citare in giudizio la Repubblica federale di Germania sono stati i successori di secondo grado, ossia la vedova di uno dei figli del maresciallo rinchiuso nei campi di concentramento e tre nipoti della stessa vittima dei crimini nazisti. «La sentenza – ha osservato il legale degli eredi – s' inserisce nel solco della giurisprudenza italiana che, dopo la pronuncia della Consulta del 2014, ha affermato la prevalenza dei diritti fondamentali della persona sul principio di immunità degli Stati stranieri in caso di crimini di guerra».








