Sarebbe un articolato sistema corruttivo e truffaldino quello ricostruito dalla Procura di Caltanissetta e ritenuto, in questa fase, sussistente dal giudice per le indagini preliminari Santi Bologna, che ha firmato il decreto di sequestro preventivo nell’ambito dell’inchiesta sui fondi regionali destinati agli spettacoli nel Nisseno. Secondo quanto emerge l’indagine, condotta dalla Polizia di Stato, si fonderebbe su intercettazioni, attività di videosorveglianza, riscontri documentali e contabili, che avrebbero consentito agli inquirenti di delineare un’ipotesi di corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio e di truffa aggravata ai danni della Regione Siciliana.
La posizione di Michele Mancuso
Il deputato regionale di Forza Italia, secondo l’accusa, avrebbe favorito l’associazione Genteemergente nell’ottenimento di un contributo pubblico di 98 mila euro, previsto dalla legge regionale sul turismo, destinato all’organizzazione di eventi musicali nella provincia di Caltanissetta. In cambio, sempre secondo la ricostruzione investigativa, Mancuso avrebbe ricevuto complessivamente 12 mila euro in contanti, consegnati in tre diverse tranche da Lorenzo Tricoli, soggetto ritenuto centrale nell’intera operazione. Il denaro sarebbe stato consegnato in occasione di incontri documentati anche da intercettazioni. Per il Gip, il sequestro disposto nei confronti del deputato corrisponderebbe al presunto prezzo della corruzione, pari all’intera somma incassata.
Il ruolo di Lorenzo Tricoli
Tricoli, indicato come soggetto “esterno” ma in stretto rapporto fiduciario con Mancuso, avrebbe svolto, secondo gli inquirenti, una funzione di cerniera tra il livello politico e quello operativo. Sarebbe stato lui a consegnare materialmente il denaro al deputato e, al tempo stesso, a gestire parte dei flussi finanziari legati all’associazione beneficiaria dei contributi. Sempre secondo il decreto, Tricoli avrebbe percepito 24 mila euro, ritenuti profitto della truffa, somma per la quale è stato disposto il sequestro preventivo per equivalente.
I legami familiari tra gli indagati
Per quanto riguarda le posizioni di Ernesto Trapanese, Manuela Trapanese e Carlo Rizioli, si tratta di sogetti legati di vincoli di parentela tra loro e con Tricoli. I fratelli Ernesto e Manuela Trapanese sono infatti nipoti di Lorenzo Tricoli e Carlo Rizioli è sposato con Manuela Trapanese. Secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbero concorso nella gestione dell’associazione Genteemergente e nella rendicontazione dei contributi regionali, beneficiando – insieme a Tricoli e Mancuso – della gran parte delle somme erogate, mentre solo una quota limitata (circa 20 mila euro) sarebbe stata effettivamente destinata all’organizzazione degli eventi. Gli spettacoli finanziati sarebbero stati in particolare quelli riconducibili al tour musicale “Sballi ravvicinati del terzo tipo”, con esibizioni anche di una band tributo, di cui Rizioli sarebbe frontman.
Le fatture e l'ipotesi di truffa
Le fatture ritenute fittizie o sovrastimate avrebbero avuto un importo complessivo di circa 49 mila euro.
Tra queste figurerebbero:
- una fattura da 8.500 euro emessa da Eugenio Bonaffini per prestazioni ritenute inesistenti;
- una fattura da 24 mila euro riconducibile a una società legata a Tricoli;
- ulteriori fatture emesse da Trapanese e Rizioli per attività artistiche e organizzative che, secondo gli investigatori, sarebbero state gonfiate rispetto al valore reale.
Proprio Bonaffini, pur non accusato di corruzione, avrebbe contribuito – secondo l’accusa – a giustificare contabilmente costi inesistenti, permettendo la liquidazione integrale del contributo regionale.
Il Gip ha ritenuto sussistente anche il pericolo di dispersione delle somme, trattandosi di denaro facilmente movimentabile. Da qui la decisione di disporre il sequestro preventivo per equivalente nei confronti di tutti gli indagati, con importi differenziati in base al presunto profitto conseguito. Gli interrogatori degli indagati, per i quali allo stato è stata chiesta la misura degli arresti domiciliari, sono fissati per giovedì. Gli indagati sono difesi dagli avvocati Alberto Fiore, Michele Ambra, Giovanni Di Giovanni, Teresa Cocca, Salvatore Falzone, Antonino Falzone e Mario Lupica.








