In Europa e in Sicilia cresce l’allarme: l’ambasciatore di Israele avverte che i missili di Teheran possono raggiungere Roma, Parigi e Londra, e ovviamente anche obiettivi sensibili come Sigonella e Il Muos di Niscemi. Ma tra dichiarazioni e realtà operativa si frappongono la fisica dei propulsori, la geografia delle rotte, le prestazioni effettive dei vettori e un quadro di difese europee che, negli ultimi anni, è mutato sensibilmente. Nell’ultima fase di tensione tra Iran, Israele e Stati Uniti, più di un rappresentante israeliano ha sostenuto pubblicamente che l’arsenale di missili balistici e da crociera iraniani possa proiettare la minaccia oltre il Medio Oriente, fino al cuore dell’Europa. In Italia, un ambasciatore israeliano ha menzionato esplicitamente la possibilità di colpire “Roma o Londra”, collegando il tema alle ambizioni missilistiche e nucleari di Teheran. Un messaggio analogo è giunto da Haim Regev, ambasciatore di Israele presso UE e NATO, che ha definito l’Iran un pericolo anche per il continente europeo. Le distanze, innanzitutto: in linea d’aria Teheran–Roma misura circa 3.420 km; Teheran–Parigi circa 4.200 km; Teheran–Londra circa 4.400 km. Sono parametri essenziali per valutare quanta autonomia reale debba avere un sistema d’arma iraniano per costituire una minaccia concreta alle capitali dell’Europa occidentale. Sul fronte balistico, l’Iran dispone del più ampio stock regionale, con famiglie come Shahab-3, Ghadr, Emad, Khorramshahr e il solido Sejjil. Le stime più diffuse assegnano a diversi modelli una gittata compresa tra 1.300 e 2.000 km; in alcune circostanze, fonti di Teheran hanno suggerito margini superiori. Dal 2017, però, la leadership iraniana ripete una linea “auto‑imposta”: non sviluppare missili balistici oltre i 2.000 km di raggio. È una soglia politica, non un vincolo tecnologico irreversibile, e i vertici dei Pasdaran hanno più volte precisato che potrebbe cambiare “se la minaccia cambiasse”. Al momento, la linea ufficiale si ferma a 2.000 km: sufficiente per colpire Israele e gran parte del Medio Oriente, non l’Europa occidentale. Emblematico lo Shahab‑3, derivato dal Nodong nordcoreano: secondo fonti pubbliche, ha un raggio tra 1.000 e 2.000 km. Oltre quei chilometri iniziano i bersagli europei centrali e occidentali. Diverso il capitolo dei missili da crociera. Qui spicca la famiglia Soumar/Hoveyzeh/Abu Mahdi, spesso descritta come l’arma a lungo raggio più insidiosa perché vola a bassa quota, segue il profilo del terreno ed elude parte delle sorveglianze radar. Secondo il CSIS Missile Threat, il Soumar — ispirato al Kh‑55 sovietico, di cui l’Ucraina vendette illegalmente 12 esemplari a Teheran nel 2001 — avrebbe una gittata teorica compresa tra 2.000 e 3.000 km. Tuttavia, per toccare i 3.000 km servirebbero configurazioni di serbatoi e propulsione non evidenti al momento della presentazione pubblica del 2015. La versione successiva, Hoveyzeh, è stata dichiarata a 1.350 km e testata intorno a 1.200 km: valori significativi, ma inferiori alla soglia necessaria per minacciare le capitali dell’Europa occidentale. La variante navale Abu Mahdi viene indicata attorno ai 1.000 km. In sintesi, il Soumar a 3.000 km resta una proiezione plausibile sulla carta, non una prestazione dimostrata con test pubblici verificabili. È un punto dirimente. Più fonti convergono su Hoveyzeh a 1.350 km, confermando un progresso concreto ma insufficiente, da solo, per colpire Roma, Parigi o Londra da territorio iraniano. Negli ultimi anni Teheran ha esibito nuove capacità — ad esempio, prove di cruise antinave oltre i 1.000 km — e continua a far evolvere il segmento balistico, anche con propellenti solidi. Nessuna dimostrazione aperta, però, ha confermato l’operatività di un cruise iraniano oltre i 3.000 km contro bersagli terrestri: requisito imprescindibile per raggiungere l’Europa occidentale da basi interne. Resta poi il nodo delle rotte. Un missile da crociera diretto verso Italia o Francia dovrebbe attraversare lo spazio aereo di Turchia e Grecia, oppure seguire corridoi più lunghi via Caucaso/Mar Nero/Balcani, o ancora adottare profili marittimi per poi risalire dal Mediterraneo. In ogni scenario, entrerebbe sotto l’ombrello sensoriale e difensivo di Paesi NATO. Ciò non rende impossibile un attacco — i cruise sono per natura insidiosi da individuare — ma ne eleva drasticamente la complessità operativa. È su questo crinale, tra prestazioni reali e integrazione dei sistemi, che si gioca la differenza fra minaccia teorica e capacità effettiva.









