Negli ultimi giorni hanno fatto discutere alcune immagini circolate in città: persone che dormono su un divano abbandonato in strada o persino sulla slitta di Babbo Natale, all’interno delle installazioni natalizie. Scene che hanno suscitato polemiche e indignazione, tanto da spingere l'assessore Marcello Mirisola a intervenire per chiarire che non è realistico pretendere un controllo costante e capillare di ogni comportamento individuale nello spazio pubblico. È un’osservazione che, sul piano amministrativo, può apparire comprensibile. Nessuna amministrazione può essere ovunque, in ogni momento. Ma forse il punto centrale di questa vicenda non è la possibilità o meno di prevenire certi episodi in tempo reale. Quelle immagini non raccontano vandalismo, né provocazione. Raccontano piuttosto stanchezza, freddo, mancanza di alternative. In esse non si vede qualcuno che distrugge o dileggia il Natale, ma una persona che dorme dove può, usando ciò che trova come riparo. Lo “scandalo” non sta nell’uso improprio di una slitta o di un divano, ma nel fatto che quegli oggetti diventino l’unico luogo possibile per passare la notte. Il contrasto è forte: luci, decorazioni, simboli di festa da una parte; dall’altra una persona sola, invisibile, che cerca riposo. Ma è un contrasto reale, non costruito. E proprio per questo dovrebbe interrogarci. Se davanti a queste immagini la reazione immediata è l’indignazione per il decoro, per l’immagine della città o per una scenografia “rovinata”, allora forse stiamo guardando dalla parte sbagliata. Il Natale, prima ancora delle giostre, degli eventi e dell’intrattenimento, nasce come messaggio di altruismo, di attenzione verso gli ultimi, verso chi resta ai margini. Lo spirito natalizio non dovrebbe essere solo la difesa delle piazze addobbate, ma la capacità di non girarsi dall’altra parte quando la povertà diventa visibile e scomoda. Non è una questione di buonismo, né di polemica politica: è una questione di coerenza tra i simboli che celebriamo e i valori che diciamo di condividere. Misurare la serietà di una comunità non significa solo valutare la rapidità con cui si ripristina il decoro, ma anche la capacità di riconoscere l’umanità che emerge, talvolta brutalmente, dietro immagini che preferiremmo non vedere. Perché se il problema ci sembra una slitta “occupata” e non una persona costretta a dormirci sopra, allora il vero disagio non è nello spazio pubblico, ma nello sguardo con cui lo osserviamo.









Quello che indigna me, e penso chiunque sia dotato di un minimo di empatia e carità cristiana, è che qualcuno ,dinanzi a tali scene di povertà ed emarginazione, anteponga un non ben chiaro senso del ” decoro” , del tutto assente in una città che versa già da tempo in stato di degrado di per sé.
Allora, perché non si dà aiuto a queste persone emarginate invece di indignarsi, stando comodamente al caldo e con un tetto sulla testa?
La vita è imprevedibile, Dio dà e Dio toglie.
La povertà che affligge oggi alcuni, potrebbe essere il destino degli ” indignati” attuali in un prossimo futuro.
Le traversie possono succedere a tutti e le istituzioni, se costituite da umani e non da automi giudicanti, dovrebbero fornire assistenza e una vita dignitosa agli emarginati che tanto disprezzano.
Un vecchio detto recita: ” Oggi a me, domani a te”.
Chi vuole, può chiamarlo Karma e quello è tosto e la fa pagare ai benpensanti, prima o poi.
E magari questi indignati vanno pure in chiesa e ci saranno, seduti in prima fila tronfi e impettiti, anche alla Messa di Natale, senza vergogna, senza coscienza e senza ”decoro” personale.
E a fare che? A prendere in giro pure Dio?
No, questo è impossibile.
A Dio non la si fa.
Oltre a discutere della piscina, le autorità preposte in Comune dovrebbero inserire CON URGENZA all’ O.d.g. la predisposizione di interventi mirati a dare assistenza concreta ai senzatetto e agli indigenti in genere.
La povertà va guardata in faccia e affrontata.
Ci si potrebbe interrogare su come si sia arrivati a tanto in questa città , tanto per cominciare.