Condannato a risarcire i familiari dell'agricoltore che ha ucciso a colpi di pistola. Un indennizzo milionario confermato dalla corte d'Appello di Caltanissetta. A sborsarlo sarà il cinquantanovenne canicattinese Gaetano Gioacchino Mario Marturana già condannato all'ergastolo per il delitto dell'agricoltore settantaduenne Angelo Anello, pure lui canicattinese, assassinato nelle campagne di Serradifalco, in contrada «Grottarossa», il 20 luglio del 2005. Ora la Corte, confermando il pronunciamento di primo grado, ha condannato Marturana al pagamento, in totale, di oltre un milione e 105 mila euro in favore di moglie, figli e fratelli della vittima (assistiti dagli avvocati Rosario Didato, Giuseppe Panepinto, Boris Pastorello e Calogero Meli) con indennizzi che oscillano da un minimo di 90 mila euro a un massimo di 340 mila in favore della vedova. Ma non è tutto. Sì, perché come sottolineato dal legale di uno degli eredi dell'agricoltore assassinato, l'avvocato Didato, questa sentenza pronunciata adesso dalla corte d'Appello civile nissena, nel momento in cui passerà in giudicato, aprirà le porte alla presentazione dell'istanza alla corte d'Appello penale di Palermo per chiedere la revoca della confisca di terreni che risultano ancora intestati all'omicida ma che, come riconosciuto anche dalle precedenti sentenze, sarebbero stati al centro di una truffa ai danni della vittima, alla quale in realtà apparterrebbero. Così potrebbero essere poi restituiti agli eredi dello stesso Anello. Secondo l'accusa, infatti, quei terreni avrebbero fatto gola a Marturana, al punto tale da uccidere il proprietario, così da accaparrarseli con una manciata di soldi. Sì, perché sulla carta era già il nuovo proprietario di quei frutteti che risultavano pure interamente pagati. Una falsa compravendita autenticata da un notaio di Canicattì, conclusa grazie ad una procura speciale in bianco con cui Marturana avrebbe avuto facoltà di rappresentare sé stesso e il proprietario. Così come fasulle sarebbero state le quietanze di pagamento. Siamo nel marzo del 2003. Due anni dopo, Anello, ignaro dell'imbroglio, pressava ancora per chiudere l'atto di vendita. Così sarebbe diventato un grosso “impiccio” agli occhi dell'altro. A quel punto il delitto, secondo i piani dell'omicida, avrebbe appianato ogni fastidio.







