La sistematica violazione dei divieti imposti con gli arresti domiciliari e, soprattutto, quella che il giudice definisce una evidente incapacità di autocontrollo. Sarebbero questi gli elementi che hanno portato il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Caltanissetta, Santi Bologna, ad aggravare la misura cautelare nei confronti di Lorenzo Tricoli, 59 anni. Il gip ha infatti disposto la sostituzione degli arresti domiciliari con la custodia cautelare in carcere, accogliendo la richiesta della Procura. Misura che è stata eseguita dalla Polizia di Stato. Nell’ordinanza il giudice ricostruisce le ragioni della decisione ricordando come l’articolo 276 del codice di procedura penale consenta l’aggravamento della misura quando l’indagato trasgredisce alle prescrizioni imposte. Non si tratta di una sanzione automatica, ma della verifica dell’adeguatezza della misura cautelare rispetto alle esigenze di tutela. Nel caso di Tricoli, secondo il giudice, le violazioni sarebbero state ripetute e immediate, tanto da dimostrare la inidoneità degli arresti domiciliari a contenere il rischio di ulteriori condotte. Dalle intercettazioni emerge infatti che, subito dopo l’applicazione della misura, l’indagato avrebbe continuato a utilizzare il telefono, nonostante il divieto di comunicare con persone diverse dai conviventi. In particolare, secondo quanto ricostruito nell’ordinanza, Tricoli avrebbe parlato con dipendenti e collaboratori della società Tecno 3, e con professionisti consulenti come l’avvocato Rino Domenico Impaglione, continuando di fatto a svolgere la propria attività professionale. L’uomo avrebbe avuto contatti telefonici anche con parenti e conoscenti, tra cui il fratello Luigi Tricoli, che in alcune conversazioni gli avrebbero riferito anche i nomi delle persone che gli inviavano saluti. Le conversazioni avrebbero riguardato anche un'altra indagata nello stesso procedimento, la nipote Manuela Trapanese. Secondo quanto riportato nell’ordinanza Tricoli si sarebbe persino allontanato dall’abitazione, nonostante il regime degli arresti domiciliari. Un particolare emergerebbe da un’intercettazione nella quale la figlia dell’indagato avrebbe detto alla madre: «Ma c’è papà che è sceso… vaccì?». Tra i contatti telefonici segnalati dagli investigatori vi sarebbe stato anche quello col giornalista Michele Spena, ex portavoce del sindaco che ha comunicato di aver lasciato l'incarico tre giorni fa, il 3 marzo. Con Spena l’indagato avrebbe commentato i possibili risvolti politici dell’inchiesta giudiziaria che lo coinvolge, in particolare la presa di distanza di una parte della giunta comunale di Caltanissetta dal deputato regionale Mancuso. Secondo il gip, la reiterazione delle violazioni, unite al fatto che queste siano avvenute quasi immediatamente dopo l’applicazione della misura, dimostrano la inaffidabilità dell’indagato e la sua incapacità di rispettare le prescrizioni imposte. Una condotta che, scrive il giudice, appare “concretamente espressiva della trasgressività e dell’incapacità di autocontrollo dell’imputato”, elementi che hanno smentito la valutazione iniziale di adeguatezza degli arresti domiciliari, fondata sull’affidamento nella capacità di autodisciplina. Alla luce di queste circostanze il giudice ha quindi ritenuto inevitabile l’aggravamento della misura cautelare, disponendo la custodia cautelare in carcere.









