Il mistero della morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita continua ad allargarsi. A oltre cinque mesi dalla tragedia che ha sconvolto il Molise, gli investigatori stanno passando al setaccio relazioni personali, amicizie e rapporti istituzionali della famiglia nel tentativo di individuare chi possa aver somministrato la ricina che avrebbe provocato il decesso delle due donne.
L'ultimo nome finito nell'elenco delle persone ascoltate dalla Squadra Mobile di Campobasso è quello di Antonio Tomassone, sindaco di Pietracatella. L'amministratore è stato interrogato il 1° giugno come persona informata sui fatti, nell'ambito dell'indagine aperta contro ignoti per omicidio aggravato dalla premeditazione e dall'uso di sostanze velenose. Secondo quanto emerso, Tomassone avrebbe risposto alle domande degli investigatori per circa due ore. La sua convocazione sarebbe legata ai rapporti personali e istituzionali intrattenuti negli anni con Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre della giovane Sara.
Gli investigatori stanno ricostruendo nel dettaglio la rete di conoscenze che ruotava attorno alla famiglia Di Ielsi-Di Vita. Un lavoro complesso che finora ha portato all'ascolto di oltre cento persone tra amici, conoscenti, colleghi e figure legate alla vita pubblica e privata della famiglia.
Tomassone e Di Vita condividono un lungo percorso nella politica locale. Entrambi hanno militato nel Partito Democratico molisano e hanno ricoperto ruoli di rilievo nell'amministrazione comunale di Pietracatella. Di Vita, in particolare, è stato sindaco del paese per dieci anni e successivamente consigliere comunale di maggioranza fino alla tragedia che ha colpito la sua famiglia. L'obiettivo degli inquirenti è verificare ogni possibile elemento utile a comprendere cosa sia accaduto nei giorni precedenti all'avvelenamento.
Secondo le ricostruzioni finora emerse, l'assunzione della sostanza tossica potrebbe essere avvenuta tra il 23 e il 24 dicembre 2025. In quelle ore Antonella e Sara avrebbero partecipato a momenti conviviali differenti: in un'occasione avrebbero mangiato da sole, mentre in un'altra sarebbe stato organizzato un pranzo nell'abitazione di famiglia con la presenza di circa dieci persone. Nei giorni successivi sarebbero comparsi i primi sintomi. La situazione è precipitata il 27 dicembre, quando madre e figlia sono state trasportate all'ospedale Cardarelli di Campobasso. A dare l'allarme sarebbe stato un infermiere che le trovò in condizioni gravissime: Sara in stato confusionale e Antonella incapace di parlare. Entrambe sono morte poche ore dopo il ricovero.
Una svolta potrebbe arrivare dalle consulenze tecniche disposte dal Tribunale. Gli esperti stanno analizzando i risultati degli esami autoptici insieme agli approfondimenti coordinati da Carlo Locatelli, lo specialista che ha individuato la presenza della ricina negli organismi delle due vittime. Gli accertamenti dovranno chiarire soprattutto quando la sostanza sia stata ingerita. Si tratta di un passaggio fondamentale perché la ricina tende a degradarsi rapidamente nell'organismo, rendendo particolarmente difficile stabilire con precisione tempi e modalità dell'avvelenamento. Gli esperti dovranno inoltre valutare se, nelle condizioni in cui si trovavano le due donne, esistessero possibilità terapeutiche, ovvero se esistesse un antidoto in grado di contrastare gli effetti del veleno.
L'altra inchiesta sui medici
Prima che emergesse con forza la pista dell'avvelenamento, la Procura di Larino aveva aperto un fascicolo ipotizzando responsabilità mediche per la morte di Antonella e Sara.







