Occorre tornare al 30 ottobre 2016 per trovare in Italia un evento sismico più energetico di quello registrato nella notte nel Tirreno meridionale, al largo della Calabria. Allora, alle 7.40, l’area di Norcia fu colpita da un terremoto di magnitudo momento 6,5; la scossa in mare ha raggiunto 6,1–6,2. Gli esiti, però, per fortuna diversissimi: nessun danno, nessuna vittima e un moto ondoso avvertito nettamente in Calabria, con risentimenti percepiti anche tra in Sicilia, il Lazio meridionale e la Puglia. Ma perchè il terremoto così forte non ha fatto praticamente nessun danno e si è sentito anche a Caltanissetta? Ce lo spiega il Corriere della Sera. La chiave è nella profondità dell’ipocentro. Nel 2016, sotto Norcia, la rottura avvenne a circa 9,4 chilometri; nel caso tirrenico, a circa 250 chilometri sotto il fondale, ben dentro il mantello terrestre. La diversa genesi dei due fenomeni spiega il contrasto negli effetti. Sull’Appennino centro-meridionale, inclusa l’area nursina, dominano faglie normali legate a un regime “estensivo”, in ultima analisi connesso ai movimenti della placca Adriatica che trascina verso Nord-Est il margine esterno della catena. Sulla costa calabra affacciata al Tirreno, invece, gli eventi più intensi si innescano in profondità per la subduzione della placca ionica al di sotto della Calabria, in un quadro geologico assai complesso. Come illustrano gli esperti dell’Ingv (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia), “il processo di subduzione è ancora in corso al di sotto della Calabria. Il fondale del mar Ionio è infatti costituito da una crosta oceanica molto antica che sta sprofondando al di sotto dell’Arco Calabro. Attualmente si registrano numerosi terremoti, fino a 400 chilometri di profondità, la cui posizione ci fornisce le prove dell’esistenza di uno slab ben sviluppato al di sotto della Calabria. I dati raccolti con la tecnica della tomografia sismica permettono di sapere che lo slab raggiunge profondità ancora più elevate all’interno del mantello (oltre 600 chilometri)”. I sismologi dell’Istituto aggiungono: “I dati confermano che lo slab non è più continuo nella sua porzione più settentrionale, ma si interrompe a una profondità di circa 70 chilometri a causa di uno ‘strappo’ che sembra propagarsi orizzontalmente. Solo una stretta porzione dello slab può, al momento, considerarsi ancora continua dalla superficie fino a 600 chilometri di profondità. Il fenomeno della subduzione al di sotto della Calabria sembra quindi destinato a esaurirsi ‘presto’, geologicamente parlando”. In altre parole, l’assetto attuale è destinato a mutare su scale temporali geologiche. Proprio la grande profondità dell’ipocentro ha limitato l’ampiezza delle vibrazioni al suolo e, di conseguenza, gli effetti al territorio: l’energia si è dissipata lungo un percorso molto lungo, attenuando lo scuotimento nelle aree abitate. Da qui l’assenza di conseguenze nonostante la magnitudo elevata. Il quadro tettonico del Sud Italia si inserisce in una storia più ampia. Calabria, Corsica, Sardegna e l’Arco Peloritano (i rilievi dell’estrema punta nord-orientale della Sicilia, in provincia di Messina) hanno origini lontane. Secondo uno studio del 2024 firmato da Gaia Siravo e Fabio Speranza, si trattava di microplacche appartenenti a una più vasta unità denominata Iberia (l’odierna Spagna). Nel corso degli ultimi 20–30 milioni di anni, queste microplacche hanno migrato verso Est-Sud-Est: di circa 500 chilometri per Corsica e Sardegna, e di circa 1.000 chilometri per la Calabria. La frammentazione e la traslazione verso Levante avvennero in concomitanza con l’apertura dei bacini oceanici liguro-provenzale (30–15 milioni di anni fa) e tirrenico (10–2 milioni di anni fa), in sincronia con l’edificazione delle catene appenninica e siciliana. Il Blocco Peloritano fu inglobato nella catena siciliana tra 18 e 17 milioni di anni fa. In sintesi: due terremoti confrontabili per magnitudo, ma nati in contesti geodinamici diversi e, soprattutto, a profondità opposte. È questa distanza dal suolo — centinaia di chilometri nel caso tirrenico — ad aver fatto la differenza, proteggendo le comunità da danni e lutti.






