Tre tornei dominati. Tre cavalcate trionfali consecutive sulla terra rossa. Prima Montecarlo, poi Madrid, infine Roma. Un dominio quasi irreale, che aveva trasformato Jannik Sinner nel padrone assoluto della stagione sul rosso. Eppure, proprio quando il mondo si aspettava l’ultimo passo verso l’immortalità sportiva, ecco il crollo al Roland Garros contro Francisco Cerúndolo. Un ko inatteso, sorprendente, quasi inspiegabile. O forse no.
Perché più che tecnico, il cedimento di Parigi è sembrato fisico. Le immagini parlavano chiaro: gambe pesanti, lucidità sparita, movimenti rallentati. E soprattutto quella sensazione evidente di un atleta improvvisamente svuotato. Il caldo parigino può aver inciso, certo. Ma il vero interrogativo è un altro: Sinner è arrivato al Roland Garros già consumato dalle sue stesse vittorie?
Negli ultimi anni il tennis moderno è diventato una macchina feroce. Calendario fitto, ritmi disumani, recuperi sempre più brevi. Vincere Montecarlo, Madrid e Roma consecutivamente significa affrontare settimane di battaglie fisiche e mentali senza praticamente respirare. Anche per un atleta straordinario come Sinner, il rischio di presentarsi scarico allo Slam più massacrante della stagione era enorme.
La domanda allora diventa inevitabile: aveva davvero senso giocare tutto?
Forse il team dell’altoatesino avrebbe dovuto fare una scelta diversa. Rinunciare a uno dei tre Masters 1000, preservare energie, arrivare a Parigi con maggiore freschezza. Perché un conto è dominare i tornei preparatori, un altro è vincere un Grande Slam, dove servono due settimane di resistenza assoluta, soprattutto sulla terra battuta.
La storia del tennis insegna che i grandi campioni hanno sempre saputo dosarsi. Rafael Nadal, re incontrastato del Roland Garros, spesso calibrava il calendario con attenzione chirurgica. Novak Djokovic più volte ha sacrificato tornei importanti pur di arrivare al massimo negli Slam. Persino Roger Federer, negli anni della maturità, rinunciava intere stagioni sulla terra per allungare la carriera e preservare il fisico.
Sinner invece ha scelto di giocare, vincere, dominare tutto. Una mentalità da cannibale che entusiasma tifosi e appassionati, ma che può presentare il conto. E Parigi, forse, ha emesso la prima vera fattura.
Naturalmente sarebbe ingiusto trasformare una sconfitta in un processo. I campioni crescono anche attraverso gli errori di gestione. E a 24 anni Sinner ha ancora tempo per capire come amministrare il proprio corpo lungo una stagione sempre più intensa. Ma il Roland Garros lascia un messaggio chiaro: nel tennis contemporaneo non basta essere i più forti. Bisogna anche sapere quando fermarsi.
Perché a volte il rischio più grande non è perdere una partita. È arrivare esausti proprio all’appuntamento che conta di più.
Alessandro Silverio
Tennis, la riflesione di Alessandro Silverio: “Il prezzo della gloria: Sinner ha chiesto troppo al suo fisico?”
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