“È stato un fatto accidentale” ha dichiarato ieri, uscendo dalla Questura di Campobasso, dove è stata ascoltata per circa tre ore. Verso le 20, prima di allontanarsi in auto, la signora Maria, sui settant’anni, si è fermata per un rapido scambio — non più di sessanta secondi — con i cronisti in attesa in strada. È la madre di Laura Di Vita, cugina di Gianni, marito e padre di Antonella e Sara, morte dopo Natale in seguito all’ingestione di ricina, un veleno letale. “Signora Maria, ma quella sostanza come è finita in casa di suo nipote?” “E che ne so io…”. “Laura come sta?” “È molto serena”. “E perché l’hanno sentita due volte?” “Anche io sono stata sentita due volte…”. Se tra le dichiarazioni verbalizzate da Maria e quelle raccolte nelle circa cinquanta testimonianze — tra familiari dei Di Vita, amici e conoscenti — emergano discrepanze, non è dato saperlo. Resta il fatto che le indagini procedono senza sosta. “Speriamo di stringere il cerchio”, sono le uniche parole che trapelano dalla Squadra Mobile diretta da Marco Graziano. Ipotesi di premeditazione Gli investigatori hanno imboccato la pista del duplice omicidio ben prima dell’alert giunto a inizio marzo dal Centro antiveleni. Difficile stabilire quale intuizione abbia ribaltato l’orientamento dell’inchiesta, che in una fase iniziale aveva visto indagati soltanto cinque medici dell’ospedale, sospettati di aver sottovalutato i malori riferiti al Pronto soccorso da Antonella e Sara a partire dalla mattina di Natale. Non si esclude che la svolta sia maturata a seguito di una contraddizione emersa negli interrogatori immediatamente successivi ai decessi, o forse di una frase giudicata sospetta dagli agenti.






